Arte.it - Mostre ed eventi

James Lee Byars

8 mesi hence
James Lee Byars (Detroit, Michigan, 1932 – Il Cairo, 1997) è uno degli artisti americani più riconosciuti dagli anni sessanta a oggi. Nella sua trentennale carriera, ha dato vita a un linguaggio singolare associando motivi e simboli delle culture orientali, come elementi del teatro Nô e del buddismo Zen, con la sua profonda conoscenza dell’arte e della filosofia occidentale. Attraverso l’uso di media diversi, come l’installazione, la scultura, la performance, il disegno e la parola, l’artista ha esplorato i confini tra corpo e spirito, per riflettere sui concetti di comunità e misticismo attraverso azioni effimere, il coinvolgimento diretto del pubblico, e interventi su larga scala.La mostra in Pirelli HangarBicocca sarà la prima retrospettiva dedicata a James Lee Byars da un museo italiano e presenterà una vasta selezione di opere emblematiche, che fondono armoniosamente forme geometriche e minimal con materiali ricercati e inusuali come marmo, velluto, legni preziosi e foglia d’oro. Alcune delle più importanti istituzioni hanno esposto il lavoro di James Lee Byars, tra le quali Red Brick Art Museum, Pechino, (2021); SCAI The Bathhouse, Tokyo (2020 e 1994); MHKA, Museum of Contemporary Art Antwerp, Anversa (2018); MoMA PS1, New York, Museo Marino Marini, Firenze (2014); Museo Jumex, Città del Messico (2013); Carnegie Museum of Art, Pittsburgh (2011 e 1964); Kunstmuseum Bern (2008); MoMA Museum of Modern Art, New York (2007 e 1958); Barbican Centre, Londra (2005); Whitney Museum of American Art, New York, Schirn Kunsthalle, Francoforte, Massachusetts Museum of Contemporary Art, North Adams (2004); Museu Serralves, Porto, (1997); Fondation Cartier pour l’art Contemporain, Parigi (1995); IVAM Centre del Carme, Valencia, Museum Ludwig, Colonia (1994); Stockholm Konsthall (1992); Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, Torino (1989); Kunsthalle Düsseldorf (1986); Philadelphia Museum of Art, Institute of Contemporary Art, Boston (1984); Musée d’Art Moderne de la Ville de Paris (1983); De Appel Foundation, Amsterdam (1978); Kunsthalle Bern, Berna, Busch-Reisinger Museum at Harvard, Cambridge (1978); Stedelijk van Abbemuseum, Eindhoven, Louisiana Museum of Modern Art, Humlebaek (1977); Palais des Beaux-Arts, Bruxelles (1974); Metropolitan Museum of Art, New York (1971).Il suo lavoro è stato esposto in numerose manifestazioni internazionali, che includono Biennale di Venezia (2013, 1999, 1986, 1980); Yokohama Triennale (2011); documenta, Kassel (1987, 1982, 1977, 1972). Mostra organizzata da Pirelli HangarBicocca, Milano e Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofía, Madrid.

Thao Nguyen Phan

7 mesi hence
Nella sua pratica artistica Thao Nguyen Phan (Ho Chi Minh City, 1987; vive e lavora a Ho Chi Minh City) impiega il video, l’installazione, il disegno e la pittura per ripercorrere i turbolenti eventi storici del suo paese natale e intrecciarli con la letteratura, la filosofia e la vita quotidiana. Attraverso un linguaggio visivo onirico, in cui si fondono tradizioni popolari e narrazioni fiabesche, l’artista riflette sui cambiamenti ambientali e sociali, legati allo sfruttamento delle risorse naturali e alla distruzione e colonizzazione del paesaggio da parte dell’essere umano.La mostra in Pirelli HangarBicocca sarà un’occasione unica per presentare il lavoro di Thao Nguyen Phan al pubblico italiano e internazionale, mettendo in luce il suo distintivo approccio all’immagine in movimento. L’esibizione darà forma ai cicli della vita, spirituale e naturale, evocando storie del passato dimenticate, presenze fantasmatiche e paesaggi remoti.Phan ha esposto internazionalmente in mostre personali e collettive in istituzioni che includono, tra le altre, Tate St Ives (apertura 2022); Kochi-Muziris Biennale, New Museum Triennial, New York, MOMENTA Biennale de l’image, Montréal (2021); WIELS, Bruxelles, Chisenhale Gallery, Londra (2020); Fundació Joan Miró, Barcellona, Rockbund Art Museum, Shanghai, Lyon Biennale, e Sharjah Biennial (2019); Dhaka Art Summit, e Para Site, Hong Kong (2018); Factory Contemporary Arts Centre, Ho Chi Minh City, Nha San Collective, Hanoi (2017); e Bétonsalon, Parigi (2016).Tra il 2016 e il 2017 è stata inclusa tra i Protegée Rolex, accompagnata, come mentore, da Joan Jonas, tra le più riconosciute artiste e performer viventi. Inoltre nel 2019 è entrata nella shortlist dell’Hugo Boss Asia Art Award e ha vinto Han Nefkens Foundation – LOOP Barcelona Video Art Award 2018.Thao Nguyen Phan è co-fondatrice del collettivo Art Labor, che esplora pratiche interdisciplinari e sviluppa progetti artistici a beneficio della comunità locale vietnamita.

Ann Veronica Janssens

1 mese 3 settimane hence
Dalla fine degli anni settanta l’artista belga Ann Veronica Janssens (Folkestone, Regno Unito, 1956; vive e lavora a Bruxelles) si interroga incessantemente sulla percezione sensoriale del reale. Utilizzando elementi intangibili ed effimeri, come la luce, il suono e l’acqua, l’artista crea opere e situazioni che disorientano lo spettatore, dissolvendone i convenzionali meccanismi percettivi – sia fisici che psichici – e mettendo in discussione concetti come il vuoto e la materialità.La mostra in Pirelli HangarBicocca indagherà il percorso dell’artista, presentando sculture, video, installazioni ambientali e sonore. L’esposizione accosterà lavori storici e opere note – come ad esempio quelle composte da glitter o da nebbia artificiale – a nuove produzioni e interventi che dialogheranno con l’architettura e con l’introduzione delle luce naturale nello spazio. I lavori di Ann Veronica Janssens sono stati presentati in mostre personali presso istituzioni di rilievo internazionale, tra cui Louisiana Museum of Modern Art, Humlebæk e South London Gallery (2020); Musée de l’Orangerie, Parigi (2019); Baltimore Museum of Art, De Pont, Tilburg, Kiasma Museum of Contemporary Art, Helsinki (2018); IAC – Institut d’art contemporain – Villeurbanne/Rhône-Alpes (2017); The Nasher Sculpture Museum, Dallas (2016); Wellcome Collection, Londra (2015); Ausstellungshalle Zeitgenössiche Kunst, Münster, CRAC Alsace – centre rhénan d’art contemporain, Altkirch (2011); WIELS, Bruxelles, Espai d’Art Contemporani de Castellò, Castellón (2009); Museum Mosbroich, Leverkussen (2007); Kunsthalle Bern, Berna, Musée d’Orsay, Parigi, CCAC Wattis Institute for Contemporary Arts, San Francisco (2003); Neue Nationalgalerie, Berlino (2001).L’artista ha partecipato a importanti rassegne internazionali – tra cui Sharjah Biennial 14 (2019), Manifesta 10, San Pietroburgo (2014); Biennale of Sydney (2012); Biennale de Lyon (2005) e Bienal de São Paulo (1995) –, e a mostre collettive in istituzioni come Kunsthalle Wien, Vienna, SMAK, Ghent, Grand Palais, Parigi, Punta della Dogana, Venezia (2019); Hayward Gallery, Londra (2018); Mudam, Lussemburgo, Sprengel Museum, Hannover, Museo de Arte Contemporáneo, Buenos Aires (2015); Palais de Tokyo, Parigi (2014); Fundació Juan Miró, Barcellona (2013). Nel 1999 ha rappresentato il Belgio (con Michel François) alla 48. Biennale di Venezia.  

Nella mente di Raffaello. La creazione di un’architettura parlante

1 mese 3 settimane hence
Dal 6 aprile al 9 luglio 2023, il Palladio Museum propone, nel decennale della sua fondazione, “Nella mente di Raffaello. La creazione di un’architettura parlante”, mostra curata da Guido Beltramini, Howard Burns e Arnold Nesselrath, promossa dal CISA – Centro internazionale di Storia dell’Architettura nell’ambito delle iniziative del Comitato Nazionale “Raffaello 1520-2020”Non tutti sanno che Raffaello è stato anche un grandissimo architetto: con il suo più autentico seguace, Andrea Palladio, uno dei più influenti architetti del Rinascimento. Attraverso la celebre lettera al papa Leone X (scritta con l’amico Baldassarre Castiglione) e grazie ai suoi edifici e progetti, Raffaello trasformò il disegno d’architettura, lo studio dell’antico e le forme e decorazioni dell’architettura moderna.Sebbene provenissero da contesti diversi – Palladio (1508-1580) si era formato come scalpellino a Padova e Vicenza, mentre Raffaello (1483-1520) era figlio del pittore di corte a Urbino –, essi condividevano una stessa visione della storia, l’interesse per il disegno e la rappresentazione architettonica e l’impegno nello studio e nell’imitazione dell’architettura della Roma antica.Raffaello fu una grande fonte d’ispirazione per Palladio, che a Roma rilevò il suo capolavoro, Villa Madama. Dal canto suo Palladio è l’architetto che più di ogni altro fece tesoro della lezione di Raffaello e la sviluppò nei propri progetti: adottando elementi del linguaggio architettonico dell’Urbinate e di certo notando la sua capacità nel creare palazzi “su misura” per gli alti funzionari della ristretta cerchia di Leone X.La mostra indagherà la complessa relazione fra lo studio dell’architettura romana antica e la progettazione di edifici moderni in Raffaello e Palladio, nonché il recupero, da parte di entrambi, di tecniche costruttive e modelli decorativi del passato in un momento in cui l’arte e l’architettura veneta sono investite dall’impatto rivoluzionario di Raffaello e Michelangelo, che scardina le scuole regionali proponendo un linguaggio nuovo, di portata nazionale, e che trionferà in tutta Europa nei secoli successivi.Sul modello della fortunata mostra su Donato Bramante curata dallo specialista Christof Thoenes (Palladio Museum, 2014), “Nella mente di Raffaello. La nascita La creazione di un’architettura parlante” esplora la teoria e la prassi progettuale di Raffaello attraverso modelli architettonici e presentazioni virtuali realizzati per l’occasione e messi a confronto con i modelli degli edifici palladiani. Indagherà anche il nesso tra Raffaello pittore e architetto, specialmente nelle “scenografie” per gli arazzi della Cappella Sistina, come il Sacrificio di Listra.Con l’aiuto di disegni originali provenienti dal Royal Institute of British Architects di Londra, dagli Uffizi e dalla Biblioteca Centrale di Firenze, di sculture antiche e libri rinascimentali, presenta non solo le sue architetture costruite ma anche quelle – non meno affascinanti – rimaste sulla carta o andate distrutte, come Palazzo Branconio dell’Aquila. Mette quindi a fuoco il contributo dell’Urbinate all’introduzione di un nuovo stile all’antica nelle decorazioni degli interni, a stucco e pittura. E la sua capacità di progettare palazzi “personalizzati”, riflessi del carattere e ruolo del committente. Quindi tratta dell’influsso di Raffaello sul suo epigono diretto, Andrea Palladio, attraverso le modalità del disegno ma anche il linguaggio degli edifici: la grande finestra termale della palladiana Villa Malcontenta cita direttamente quella di Villa Madama a Roma.Ad accompagnare la mostra, un catalogo scientifico che raccoglie gli esiti delle nuove ricerche sulle architetture costruite e dipinte di Raffaello e sugli effetti che esse ebbero sull’opera di Palladio in un momento cruciale del Rinascimento in cui i modelli del classicismo romano arrivano nel Veneto rivoluzionandone il gusto. In particolare il volume, che riunisce i contributi dei curatori e di tutti gli specialisti che hanno partecipato al gruppo di lavoro, vede per la prima volta pubblicate le ricostruzioni dei progetti perduti di Raffaello.La mostra è curata dagli storici dell’architettura Guido Beltramini (Centro Internazionale di Studi di Architettura Andrea Palladio, Vicenza), Howard Burns (Scuola Normale Superiore di Pisa, emeritus) e Arnold Nesselrath (Humboldt-Universität zu Berlin). Accanto a loro, il progetto di ricerca vede coinvolto un gruppo di specialisti internazionali: Simone Baldissini (CISA Andrea Palladio, Vicenza), Amedeo Belluzzi (Università di Firenze), Maria Beltramini (Università di Roma Tor Vergata), Christiane Denker Nesselrath (studiosa indipendente), Pierre Gros (Institut de France, Académie des Inscriptions et Belles-Lettres, Parigi), Francesco Marcorin (CISA Andrea Palladio, Vicenza), Timo Strauch (Brandenburgische Akademie der Wissenschaften, Berlino). Alcuni dei modelli di ricostruzione sono l’esito di studi condotti all’interno della Graduate School of Design di Harvard University sotto la guida di Howard Burns e Guido Beltramini.

MUHOLI. A VISUAL ACTIVIST

1 mese 3 settimane hence
La bellezza delle composizioni e il talento assoluto di artista sono per Muholi, una delle voci più interessanti del Visual Activism, solo un mezzo per affermare la necessità di esistere, la dignità e il rispetto cui ogni essere umano ha diritto a dispetto della razza, e del genere con cui si identifica.Sonnyama Ngonyama, letteralmente “Ave Leonessa Nera”, è il proclama sociale e politico di Muholi, in cui l’artista firma una serie di autoritratti che mettono in scena, nella loro composizione, una vera e propria denuncia, a cui l’artista stessa presta il suo corpo.Il suo scopo è la rimozione delle barriere, il ripensamento della storia, l’incoraggiamento a essere se stessi, e a usare strumenti artistici quali una macchina fotografica come armi per affermarsi, e combattere.

Arturo Martini. I capolavori

1 mese 3 settimane hence
A 30 anni dall’ultima grande mostra trevigiana e a 75 dalla prima, il Bailo, con la curatela di Fabrizio Malachin e Nico Stringa, propone una nuova retrospettiva su Arturo Martini, dal titolo “Arturo Martini. I capolavori”: una mostra mai tentata prima che raduna quelle opere, per dirla con le parole di martini che “pesano tonnellate e sembrano leggere come una piuma”.Per il pubblico sarà una imperdibile occasione per percorrere tutte le fasi della produzione artistica dello scultore trevigiano e per gli studiosi per formulare il nuovo punto sugli studi martiniani, evidenziando il ruolo e la modernità di Martini nella scultura europea del Novecento.Martini è stabilmente protagonista al Bailo, grazie all’ampia collezione di sue opere patrimonio del Museo, che datano dalla produzione giovanile agli anni della maturità dell’artista.Un’opera di Martini, l’Adamo ed Eva dalle dimensioni monumentali, funge da biglietto da visita del Bailo, grazie ad una parete finestrata che la lascia intravvedere, anche ai più distratti passanti sulla pubblica via.E’ un capolavoro che Treviso si è conquistata grazie ad una pubblica sottoscrizione indetta nel 1933, giusto trent’anni fa.Cinque le sezioni in cui si articola questa grandiosa esposizione. Il percorso prende il via dalla sezione permanente che il Bailo riserva allo scultore. Qui ad essere ripercorsi sono gli anni dell’apprendistato, segnati dall’influsso di maestri come Giorgio Martini (padre del già celebre Alberto) e Antonio Carlini. Di lì a poco giungono le prime mostre a Treviso e a Venezia e i primi riconoscimenti. Poi la lunga permanenza a Monaco e l’influenza di Parigi. Alle sculture, con opere in gesso e in cemento come Maternità e Allegoria del mare e Allegoria della terra si affianca l’importante esperienza grafica e quella ceramica, per la quale appunto collabora con la fornace Gregorj.Il proseguo della grande mostra è pensato per focus allo scopo di esaltare Martini attraverso i suoi grandi capolavori.Come nella mostra del 1967, saranno collocate in apertura il Leone di Monterosso – Chimera, e quel Figlio prodigo che fu scelto come manifesto della mostra. La conformazione fisica del museo consente di riservare ciascuna sala ad un preciso focus intorno ad un singolo capolavoro. Valga come esempio, la sala riservata alla Donna che nuota sott’acqua, di cui sarà dedicato un focus speciale. Per la prima volta sarà presentato, accanto al marmo, anche il bronzo ‘preparatorio’ mentre le tecnologie multimediali restituiranno l’illusione di entrare sott’acqua. Una sala coinvolgente e inattesa sarà dedicate al confronto tra La Pisana e Donna al sole. Due nudi di donna che sono una melodia armonica, il giorno e la notte, avvicinate per la prima volta in un allestimento. Due opera che sono una sublime espressione di quel vortice di sensualità e grazia, sfrontatezza e fascino, che tanto avevano conquistato e ammaliato Martini. E ancora Tobiolo, opera che ottenne per la prima volta unanimi consensi a Milano, Venezia, Parigi. Pubblicato sulla prima pagina del “Corriere della Sera” del 17 maggio 1935, segna una sorta di consacrazione nella carriera di Martini. Al Tobiolo che stringe nelle mani un pesce sarà accostato il più tardo Tobiolo “Gianquinto” che presenta una impostazione iconografica innovativa, in linea con gli esiti della Tuffatrice e il Pugile in riposo.E ancora, la monumentale Sposa felice del 1930, presentata per la prima volta alla Quadriennale di Roma e da oltre 30 più esposta: un gesto di spontanea esultanza in un tripudio di forme, ornamenti, rigonfiamenti a sottolineare letizia e gaudio.Altri ambienti saranno riservati ad altri capolavori monumentali, come L’amante morta, Il bevitore, Ragazzo seduto (alcune delle grandi terracotta di Martini, di rara potenza espressiva), La veglia, L’aviatore (ideazione insolita e audace), La convalescente (derivato dal Malato di Medardo Rosso, ma riconosciuta come una icona martiniana).Il celebre Tito Livio, oggi nell’atrio del Liviano a Padova, sarà in mostra grazie al calco realizzato nel 1967: il gesso recuperato e restaurato sarà affiancato dal suo bozzetto preparatorio.Molti altri capolavori completeranno questa ampia sezione che occuperà tutto il piano terra del museo, un itinerario fisico sviluppato sugli spazi attorno ai due recuperati antichi chiostri rinascimentali.La seconda sezione sarà interamente riservata alle Maioliche, sculture di piccolo formato che documentano la grandezza e la creatività di Martini. Opere minori solo in apparenza: esse esprimono tutta la tenacia e la curiosità con cui l’artista ha sperimentato ogni materiale possibile e fungono da laboratorio per rielaborazioni successive. Una sezione nella sezione sarà dedicata ai pezzi unici modellati e maiolicati presso l’ILCA di Nervi ed esposti nella personale di Monza. È l’affermazione dello scultore-ceramista che realizza opere a sé, staccandosi dalla ‘dipendenza’ delle logiche industriali. ‘Piccoli’ capolavori dove non manca invenzione, armonia e anche ironia. Tra questi: Donna sdraiata, La fuga degli amanti, L’esploratore, Visita al prigioniero, Briganti, fino alla serie di animali dove spiccano poche pennellate di contrasto.Accanto alle commissioni monumentali Martini si applica, quasi per contrasto, alla creatività in opere di più piccolo formato. La riflessione sull’antico, dopo la visita a Napoli, lo portò a Blevio sul lago di Como a creare in poche settimane una serie di capolavori in gesso dove lo studio sulla costruzione e il movimento della figura portano a soluzioni antitetiche rispetto a quelle monumentali. Ricerche e sperimentazioni, in opere come Centomestrista, Morte di Saffo, Salomone, Laocoonte, Ratto delle Sabine, Susanna, Amazzoni spaventate eccetera, che nella terza sezione consentono di raccontare l’artista in costante ricerca, capace di ispirarsi continuamente e rielaborare in modo del tutto personale.A Martini pittore è dedicata la quarta sezione. Ad evidenziare come disegno, grafica e pittura siano tracce di una ricerca parallela e complementare alla scultura, evidente nelle cheramografie (termine da lui inventato per stampe da matrici di “sfoglia” d’argilla) degli anni di Ca’ Pesaro e nella grafica “neomedievale” di soggetto religioso, a cui è dedicata anche una sezione della permanente, per l’occasione integrata da opere mai prima presentate in una mostra che riveleranno un aspetto inedito di Martini.A concludere il percorso è la sezione “La maturità nei capolavori del Bailo”, con una scelta di capolavori sorprendente ed eccezionale. Le prime sale sono dedicate a I bronzi degli anni ’20, piccola plastica e rilievi degli anni ’20, disegno, grafica e pittura. È alla luce del chiostro del Museo, in uno spazio silenzioso e sospeso, che si compie uno dei più poetici capolavori di Martini, La Venere dei porti, in una dimensione che ha a che fare col senso dell’attesa, della solitudine e della noia racchiusi nel malinconico nudo di una donna che aspetta “l’Amore”. Acquisita dal Comune nel 1933 (90 anni fa), è una delle grandi terrecotte create nel periodo compreso tra la fine degli anni Venti e i primissimi anni Trenta e che costituisce il periodo di più alta ispirazione dell’artista e in cui fonde insieme, in un unicum rivoluzionario, le forme classiche (dall’arte etrusca e greca a quella dei maestri del Duecento e del Trecento) con nuove concezioni plastiche.Il percorso si conclude in quel chiostro che ospita Adamo ed Eva, l’opera simbolo del Museo e della mostra.

Milot. Key of Today

1 mese 3 settimane hence
Il progetto Keys of Unity di Milot - in collaborazione con JeanWolfe di Los Angeles, viene lanciato con grande clamore nella sua prima tappa - Napoli, giovedì 30 marzo 2023. Arrivando su un'onda di positività, speranza e connessione - e con il sogno di ispirare un dialogo aperto - non è un caso che sia proprio a Piazza Mercato, a Napoli, che l'artista di fama internazionale Milot ha scelto di posizionare la sua nuova "Key of Today". Crogiolo di ispirazioni e dinamismo, questa splendida piazza storica è sempre stata l'epicentro di eventi civici, svolgendo un ruolo chiave (con un gioco di parole) nell'affascinante storia di una delle città più antiche del mondo, una metropoli che ha dato origine a molte civiltà e culture, mescolando con successo fedi, razze e idee. Questa storia continua ancora oggi. Questa gigantesca scultura "Key of Today" - esposta per la prima volta a Napoli grazie al sindaco Manfredi - sarà il simbolo della vita, della rinascita di una società aperta a tutto e a tutti, al dialogo, al confronto, di un mondo in cui ci siano possibilità e potenzialità per tutti. Il desiderio di Milot è quello di dare un messaggio di speranza in un momento così difficile e divisivo, con l'obiettivo di risvegliare il pensiero collettivo di una società che ultimamente ha smarrito la strada. Vuole che questo sia un "grido" universale di rispetto reciproco tra le persone, affinché vivano in pace tra loro e non ci siano più luoghi chiusi e distanti. È in questo luogo, letteralmente e metaforicamente, che si troverà la chiave. Una struttura monumentale e impressionante, realizzata in acciaio corten, “Key of Today” sarà alta dieci metri e larga venti. Presentata dall'Associazione Mille Volti in collaborazione con il Comune di Napoli e il Sindaco Manfredi che ha la delega della cultura, sotto la direzione esecutiva di Michael Kaiser/JeanWolfe, con la direzione artistica di Michele Stanzione e l'ingegnere Michele Palumbo, oltre alla collaborazione di Francesco Bianco, Lai Junjie e Albine Mirashi, Key of Today rimarrà in Piazza Mercato a Napoli per 3 mesi – e la città sarà sempre ricordata come la sede inaugurale della Chiave. L'inaugurazione sarà una grande occasione, con un evento musicale, un evento di danza e un evento Passport Stamp - un premio assegnato a un giovane artista locale che ha progettato un timbro passaporto, scelto come vincente, e poi laserato sulla chiave. Questo messaggio universale sarà poi portato in altre città italiane ed europee, dove ogni tappa aggiungerà un timbro unico. Anche altre chiavi dello stesso progetto - The Water Key, in tournée in Asia e Oceania, e The Dream Key, in tournée nelle Americhe - appariranno in tutto il pianeta.Questo messaggio di connessione e dialogo è un messaggio che Milot spera di portare ovunque. Infatti, ha recentemente vinto un concorso internazionale organizzato dal Ministero della Cultura albanese, "Art in Public", e la sua scultura "Albanian Key" sarà presto realizzata e posizionata nel nord del suo Paese, l'Albania. "Nel grande sforzo che facciamo ogni giorno per realizzare i nostri sogni, troviamo inconsapevolmente molte barriere, pregiudizi e meccanismi nella vita, dove è molto difficile realizzare i nostri desideri", spiega Milot. "La Chiave, come oggetto, non ha il semplice scopo di 'aprire', ma di simboleggiare l'apertura di tutto, senza luoghi chiusi, come strumento per trovare la giusta 'via' per ogni essere umano. In questa società siamo continuamente bombardati da immagini virtuali: mostrare se stessi è diventato l'impegno più comune. L'uomo è costretto all'incomunicabilità e, di conseguenza, anche gli artisti sono alla 'ricerca' di una nuova identità per cercare di far riflettere sulla grande incertezza in cui viviamo". Milot è un artista italo-albanese che affronta la vita in modo semplice, così come semplice è il messaggio che vuole lanciare con la sua scultura: "Eliminare le paure individuali e collettive che ci circondano; le incertezze e i dubbi". “Il mio vuole essere soprattutto un messaggio positivo di speranza, perché tutti abbiamo il diritto di realizzare i nostri sogni e tutti meritano le stesse opportunità per farlo". Il mastodontico progetto Keys of Unity di Milot diventerà un simbolo universale e duraturo di dialogo e connessione. Le Chiavi creeranno un legame di diversità e inclusione tra le sponde dell'umanità e aiuteranno a riscoprire i valori perduti che tutti condividiamo. Un ideale di grazia quotidiana e una traduzione del pathos per il futuro. The Keys sarà un'ispirazione e un richiamo per il mondo a recuperare e collegare il proprio passato con la gioia del presente, guardando a un futuro di speranza con una conversazione aperta e in continua evoluzione. Dopo tutto, il dialogo è la chiave.

DALÍ, MAGRITTE, MAN RAY E IL SURREALISMO. Capolavori dal Museo Boijmans Van Beuningen

1 mese 1 settimana hence
180 opere, tra dipinti, sculture, disegni, documenti, manufatti, provenienti dalla collezione del museo Boijmans Van Beuningen, uno dei più importanti musei dei Paesi Bassi, in dialogo con alcune opere della Collezione Permanente.La curatela della mostra è affidata alla storica dell’arte Els Hoek, curatrice del museo, con la collaborazione di Alessandro Nigro, professore di Storia della critica d’arte presso l’Università di Firenze, a cui in particolare è affidato il fil rouge della mostra sul fondamentale quanto complesso e articolato rapporto tra il Surrealismo e le culture extra occidentali, ricordando così ancora una volta come la sede di un museo delle Culture come il Mudec si presti perfettamente come la sede ideale per ospitare iniziative volte a stimolare il dialogo e il confronto tra culture diverse. E questa mostra è l’esito di un progetto di ricerca su un ‘sincretismo’ artistico molto stimolante che si manifestò sia in Europa che oltreoceano.Particolare attenzione viene data all’approfondimento delle tematiche fondamentali su cui si è focalizzata la ricerca surrealista – sogno e realtà, psiche, amore e desiderio, un nuovo modello di bellezza – e attraverso opere di surrealisti meno noti, pubblicazioni e documenti storici, fornisce al pubblico una visione a 360 gradi dell’universo surrealista.L’ampia selezione di capolavori presentati nella mostra racconta al visitatore quali fossero le principali premesse e motivazioni dei surrealisti: utilizzando oggetti trovati, tecniche automatiche o regole simili a giochi, gli artisti tentarono di escludere il razionale, nella speranza di creare uno shock poetico che avrebbe cambiato il mondo.Le sei sezioni presentano il mondo del Surrealismo, la visione e la poliedricità delle manifestazioni surrealiste nei più diversi ambiti artistici: dipinti, opere su carta, pubblicazioni e oggetti, sculture… l’atteggiamento surrealista pervade le sale, una dopo l’altra, in un percorso a 360 gradi.Ogni sezione è introdotta da una scultura chiave o un oggetto iconico, che parla al visitatore evocando il tema della sezione, e da una citazione, che racconta e ricorda al pubblico come il surrealismo fu prima di tutto anche manifesto filosofico, pensiero poetico, sguardo e incanto su una realtà ‘altra’.

Vittore Carpaccio. Dipinti e disegni

1 mese 1 settimana hence
Il Sindaco Luigi Brugnaro e Mariacristina Gribaudi, Presidente della Fondazione Musei Civici Veneziani, annunciano quello che si prefigura come il più atteso evento espositivo veneziano della stagione primaverile: la grande mostra “Vittore Carpaccio. Dipinti e disegni” che, dal 18 marzo al 18 giugno, si potrà ammirare nell’Appartamento del Doge in Palazzo Ducale.La grande retrospettiva si è potuta concretizzare grazie alla collaborazione tra i Musei Civici Veneziani e la National Gallery di Washington. La curatela del progetto è stata affidata Peter Humfrey, riconosciuto specialista del pittore e del suo contesto, con Andrea Bellieni, curatore dei Musei Civici di Venezia, e Gretchen Hirschauer, curatrice della pittura italiana e spagnola alla National Gallery of Art di Washington.“La pittura di Vittore Carpaccio (1460/66 c. - 1525/26 c.) celebra – sottolinea la Presidente Gribaudi - la grandezza e lo splendore di Venezia al volgere del XV secolo, quando la città lagunare dominava un vasto impero marittimo e fioriva come centro di commerci internazionali e di cultura. I dipinti narrativi dell’artista – specie i famosi cicli realizzati per varie confraternite religiose - trasportano le storie sacre nella vita vera, collocandole in scenari fantastici, benché arricchiti con infiniti dettagli e riferimenti contemporanei. Ispirato dall’ambiente e dalla società della sua straordinaria città, Carpaccio unisce l’attenta osservazione della scena urbana con il suo particolare trasporto per il poetico e il fantastico”.“Le sue opere, forse più di quelle di altri artisti veneziani del Rinascimento, rappresentano l’essenza della “venezianità”, ossia lo spettacolo sfarzoso e la mitologia della Repubblica Serenissima, in quel momento all’apogeo economico e culturale. Venezia , anche con questa mostra, celebra la sua storia, la sua tradizione, e un suoi illustre pittore che, con la sua arte, ha raccontato la Città, la sua bellezza riuscendo a tramandare fino a noi immagini di vita quotidiana di un passato che torna, così, a vivere" commenta il Sindaco Luigi Brugnaro.Prestiti concessi generosamente da musei, chiese, istituti e collezioni private, d’Europa e degli Stati Uniti, consentono di riportare a Venezia opere da secoli lontane dalla laguna; talune inviate dallo stesso artista negli antichi territori un tempo legati alla Serenissima come l’Istria e la Dalmazia e mai finora tornate. Esse sono essenziali per poter ora proporre nelle sale dell’Appartamento Ducale un itinerario che documenta nella maniera più oggettiva e completa l’evoluzione dell’arte di Carpaccio. 45 dipinti di tema religioso, profano o di genere - tra essi alcuni di grandi dimensioni – evidenziano le grandi doti immaginative, narrative, descrittive, oltre alla sapiente tecnica pittorica dell’artista. Unitamente, un folto nucleo di disegni dimostra la sua speciale capacità di ‘studiare’ in maniera minuziosa e dettagliata la realtà, rivelando i suoi peculiari interessi per la natura, per la prospettiva, per i costumi del suo tempo, per gli effetti della luce.Da notare che la precedente monografica dedicata al maestro veneziano risale al lontano 1963. “Con questa magnifica mostra, che giunge a conclusione di scoperte e nuove attribuzioni, nonché di restauri straordinariamente rivelatori, si è oggi in grado di proporre al pubblico e agli studiosi un’aggiornata rilettura storico-critica della pittura di Carpaccio e della sua evoluzione, dagli inizi e fino alle opere tarde, solitamente sminuite dalla critica”, afferma Andrea Bellieni, Responsabile del Museo Correr.“Con tali essenziali obiettivi, dalla collaudata collaborazione di Fondazione Musei Civici di Venezia e National Gallery di Washington, con la cura scientifica di Peter Humfrey è nato il progetto della mostra nelle due sedi di Washington e Venezia, fondata su una selezione mirata delle più rappresentative opere dell’artista. L'intento è tracciare, in termini sia tematici che cronologici, il rigoroso sviluppo della pittura carpaccesca da una prospettiva aggiornata. In questo la mostra si avvantaggia anche di un consistente nucleo di disegni autografi del pittore, autore del più ampio corpus sopravvissuto di disegni “di studio” del primo Rinascimento” aggiunge Chiara Squarcina, Dirigente delle attività museali.La mostra offre anche l’occasione, davvero unica, per ammirare finalmente riunite, le due parti di una scena già compiuta ed unitaria, separate in circostanze sconosciute verso la fine del Settecento: le “Due dame” del Museo Correr, possedute a Venezia da Teodoro Correr, si ricongiungono con la “Caccia in laguna”, già presente a Roma nella collezione dello zio cardinale di Napoleone e oggi nel Getty Museum di Los Angeles; si riforma così la conturbante scena con le due elegantissime nobildonne veneziane in annoiata attesa del ritorno dei mariti dalla caccia in laguna con archi e ‘ballotte’; una ‘storia’ psicologica raccontata da Carpaccio con sottile sensibilità e sublime fascino immaginativo (il grande storico inglese John Ruskin alla fine del secolo XIX ne fu letteralmente soggiogato), dipinta su quella che, in origine, quasi certamente era un’anta di porta a soffietto posta tra due ambienti di un raffinato, privatissimo interno veneziano.Infine, per il visitatore appassionato la mostra non potrà che proseguire fuori Palazzo Ducale, in un itinerario cittadino che, sulle orme dei grandi viaggiatori, scrittori ed esteti di fine Ottocento – coloro che letteralmente riscoprirono grandezza e fascino di Carpaccio – raggiunge soprattutto i due capolavori del pittore, completi e intatti nello sedi d’origine o di elezione: il ciclo di sant’Orsola presso le Gallerie dell’Accademia e il ciclo di San Giorgio degli Schiavoni nella omonima Scuola.

Ceruti sacro e la pittura a Brescia tra Ricci e Tiepolo

1 mese hence
Dall’11 marzo al 21 maggio 2023, il Museo Diocesano di Brescia ospita la rassegna Ceruti sacro e la pittura a Brescia tra Ricci e Tiepolo, curata da Angelo Loda, responsabile del settore storico-artistico della Soprintendenza ABAP per le province di Bergamo e Brescia, coadiuvato da un comitato scientifico composto da Andrea Crescini, Fiorenzo Fisogni, Fiorella Frisoni, Stefano L’Occaso, Francesco Nezosi e Filippo Piazza, che analizzerà la limitata produzione di opere di carattere sacro realizzate da Giacomo Ceruti durante il soggiorno in provincia di Brescia e da altri lavori successivi e che arricchirà il percorso espositivo della rassegna dedicata al maestro settecentesco, in programma dal 14 febbraio al 28 maggio 2023, al Museo di Santa Giulia a Brescia. Oggetto dell’esposizione sarà dunque quello di presentare la produzione a carattere religioso dell’artista milanese nella sua interezza per quanto concerne le opere conservate nella provincia di Brescia, cui si affiancherà una selezione di dipinti da lui eseguiti dopo il suo soggiorno in città, tra Padova, Piacenza e Crema. La mostra sarà introdotta da una selezione di dipinti sacri dei principali artisti attivi nel territorio bresciano e bergamasco nei primi anni del Settecento, tra cui Sebastiano Ricci, Giovambattista Tiepolo, Andrea Celesti, Antonio Cifrondi, Francesco Paglia e si concluderà con una selezione di opere degli artisti operosi tra gli anni venti e gli anni quaranta quali Giuseppe Tortelli, Antonio e Angelo Paglia, Francesco Monti. La parrocchiale di Gandino (BG), che conserva una serie quasi unica di testimonianze dell’arte cerutiana, diverrà una sorta di seconda sede della mostra.

ARTE LAGUNA PRIZE. La mostra dei finalisti della 16ᵃ e 17ᵃ edizione

1 mese hence
Con l’esposizione di 240 opere, di altrettanti artisti provenienti da oltre 50 Paesi, Arte Laguna Prize presenta dall’11 marzo al 16 aprile 2023 la mostra dei finalisti della 16ᵃ e 17ᵃ edizione, che dal 2021 si svolge ogni due anni.Lo straordinario spazio dell’Arsenale Nord di Venezia, con i suoi 4000 mq, accoglie le opere selezionate nelle due ultime edizioni per ciascuna delle dieci categorie del premio: pittura, scultura e installazione, arte fotografica, video arte e cortometraggi, performance, arte digitale, grafica digitale e cartoon, land art, arte urbana e street art, art design.   I finalisti sono stati scelti, tra oltre 20 mila candidati, da due giurie, una per ogni edizione, composte da curatori, direttori di museo ed esperti d’arte di calibro internazionale. Ai due vincitori – che saranno proclamati durante l’inaugurazione della mostra, sabato 11 marzo – sarà assegnato un premio di 10.000 euro ciascuno.  Numerosi e rilevanti sono anche i Premi Speciali che includono la produzione di opere, residenze in tutto il mondo, la possibilità di esporre in importanti gallerie e festival italiani e internazionali, collaborazioni con aziende e premi in denaro. Arte Laguna Prize si conferma così uno dei concorsi di arte contemporanea più ricco di opportunità per gli artisti.   Nato nel 2006 per iniziativa dell’associazione culturale MoCA, Arte Laguna Prize si è dimostrato in diciassette anni di attività attento alle istanze più attuali del mondo dell’arte e non solo. Le stesse categorie di opere che oggi è possibile candidare si sono evolute nel tempo seguendo le tendenze più contemporanee e includendo sempre nuove forme espressive: dall’art design, con la presentazione di produzioni che nascono in ambito artistico e trovano poi una loro applicazione nel mondo del progetto industriale, all’arte grafica e cartoons, fino alla recentissima ammissione di opere d’arte certificate con NFT, cioè quelle forme artistiche che prevedono la digitalizzazione di un'opera fisica oppure la creazione di un'opera digitale. Riguardo invece all’attenzione verso temi attuali di interesse generale, da segnalare sono quei Premi Speciali che riguardano la tematica ambientale come il premio “Arte e Sostenibilità”, dedicato a opere, prodotti o progetti artistici che valorizzino le strategie RRR (Riuso, Riduco, Riciclo) e il loro impatto positivo sulla natura e sulla vita dei cittadini, e la residenza rivolta a tematiche ambientali BigCi che si svolgerà in Australia all’interno del Wollemi National Park. La mostra è accompagnata da un catalogo digitale, con un testo critico di Luca Beatrice. In concomitanza della mostra all’Arsenale, l’associazione culturale MoCA presenta inoltre, nel suo spazio espositivo nel cuore di Venezia, la prima personale italiana dell’artista cinese Qian Wu, a cura di Luca Beatrice. Arte Laguna Prize ha ricevuto la medaglia del Presidente della Repubblica Italiana ed è patrocinato annualmente da Ministero degli Esteri, Ministero della Cultura, Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, Regione del Veneto, Città Metropolitana di Venezia, Comune di Venezia, Università Cà Foscari di Venezia, Istituto Europeo di Design. LE GIURIE16° edizione: Kobi Ben-Meir – Capo curatore dell’Haifa Museum of Art (Israele); Louise Fedotov-Clements – Direttrice artistica di Quad e direttrice di Format International Photography Festival (Regno Unito); Pasquale Lettieri – Curatore, critico, storico, accademico e giornalista (Italia); Alka Pande – Consulente per le arti e curatore, Visual Arts Gallery, India Habitat Center a Nuova Delhi (India); Danilo Premoli – Architetto, designer, artista (Italia); Alisa Prudnikova – Fondatrice e direttrice artistica della Biennale Industriale degli Urali (Russia). 17° edizione: Mohamed Benhadj – Curatore e fondatore di Altiba9 (Nord Africa e Spagna); Raphael Chikukwa – Direttore esecutivo della Galleria Nazionale dello Zimbabwe; Giulia Colletti – Curatrice dei contenuti digitali e consulente alle attività collaterali presso il Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, Torino (Italia); Paul Di Felice – Curatore, critico e storico dell’arte (Lussemburgo); Chloe Hodge – Project manager alla Tate Britain, curatrice e produttrice (Regno Unito); Dick Spierenburg – Designer e direttore creativo di IMM – fiera internazionale del mobile di Cologne (Olanda); Xiaoyu Weng – Curatrice e responsabile di arte moderna e contemporanea per l’Art Gallery dell’Ontario (Stati Uniti e Canada).Opening sabato 11 marzo, ore 17 

Reaching for the Stars. Da Maurizio Cattelan a Lynette Yiadom-Boakye

3 settimane 2 giorni hence
Dal 4 marzo 2023 Fondazione Palazzo Strozzi presenta Reaching for the Stars. Da Maurizio Cattelan a Lynette Yiadom-Boakye, mostra, curata da Arturo Galansino, direttore generale della Fondazione Palazzo Strozzi, che propone una selezione di opere dei più importanti artisti contemporanei internazionali, tra cui Maurizio Cattelan, Sarah Lucas, Damien Hirst, Lara Favaretto, Cindy Sherman, William Kentridge, Berlinde De Bruyckere, Josh Kline, Lynette Yiadom-Boakye, Rudolf Stingel celebrando a Firenze i trent’anni della Collezione Sandretto Re Rebaudengo, una delle più famose e prestigiose collezioni italiane d’arte contemporanea.Reaching for the Stars esplora le principali ricerche artistiche degli ultimi cinque decenni attraverso una costellazione di opere che verranno esposte in tutti gli spazi di Palazzo Strozzi, dal Piano Nobile alla Strozzina, con una speciale nuova installazione per il cortile rinascimentale. Tra pittura, scultura, installazione, fotografia, video e performance, il progetto esalta il dialogo tra Palazzo Strozzi e l’arte contemporanea proponendo ai visitatori un percorso alla scoperta delle grandi stelle dell’arte globale degli ultimi anni insieme a uno sguardo alle più giovani generazioni.La mostra è promossa e organizzata da Fondazione Palazzo Strozzi e Fondazione Sandretto Re Rebaudengo. Main Supporter: Fondazione CR Firenze. Sostenitori: Comune di Firenze, Regione Toscana, Camera di Commercio di Firenze, Intesa Sanpaolo, Comitato dei Partner di Palazzo Strozzi.

“Il meglio maestro d’Italia”. Perugino nel suo tempo

3 settimane 2 giorni hence
Il 2023 sarà ricordato come l’anno del Perugino. Dal 4 marzo all’11 giugno 2023, in occasione del V centenario della sua morte, la Galleria Nazionale dell’Umbria di Perugia celebra con una grande mostra Pietro Vannucci (1450 ca.-1523), il più importante pittore attivo negli ultimi due decenni del Quattrocento. L’esposizione, dal titolo “Il meglio maestro d’Italia”. Perugino nel suo tempo, curata da Marco Pierini, direttore della Galleria Nazionale dell’Umbria, e Veruska Picchiarelli, conservatrice del museo perugino, restituirà a Perugino, assoluto protagonista del Rinascimento, il ruolo di preminenza artistica che il suo pubblico e la sua epoca gli avevano assegnato, attraverso prove capitali della sua produzione, tutte antecedenti al 1504, ovvero nel momento in cui si trovava all’apice della sua straordinaria carriera. La mostra sarà l’evento di punta delle celebrazioni del centenario, coordinate da un Comitato Nazionale, istituito dal Ministero della Cultura e presieduto da Ilaria Borletti Buitoni, e coinvolgerà alcuni tra i più importanti musei nazionali e internazionali, come le Gallerie degli Uffizi di Firenze e la National Gallery di Washington, in una vera e propria partnership scientifica. “Una mostra che rappresenta il fulcro delle celebrazioni per i 500 anni dalla morte di Perugino quella della Galleria Nazionale – afferma Ilaria Borletti Buitoni; fondamentale, grazie anche al contributo di grandi musei internazionali, per capire il ruolo dell’artista nel suo tempo, la fama che lo ha accompagnato in vita e il suo riconosciuto valore di Maestro”. “Perugino – dichiara Andrea Romizi, sindaco di Perugia - è un nome d’arte talmente identificativo tanto da essere diventato nel tempo simbolo di Perugia stessa, e non a caso, a Pietro di Cristoforo Vannucci, venne intitolata la prima Pinacoteca Comunale oggi Galleria Nazionale dell'Umbria. Gli eventi in programma per i Cinquecento anni dalla sua morte, e l'attesissima mostra: “Il meglio Maestro d'Italia”, come giustamente lo definì il banchiere Agostino Chigi, sono destinati a rimanere nella storia e a scrivere un nuovo capitolo della vivacità culturale di Perugia, dell’Umbria e del nostro Paese. Perugino non è solo il pittore delle dolcissime madonne angelicate o delle pale d'altare fiorite come frammenti di cielo in terra, ma l’identità stessa della cultura umbra diffusa nel mondo. Ne sono testimoni le opere che arriveranno dai più importanti musei internazionali. Ringrazio per il lavoro fin qui svolto il direttore Marco Pierini, tutti i suoi collaboratori, il Comitato Perugino 2023 e la Presidente Ilaria Borletti Buitoni, consapevole che siamo solo all’inizio di un anno molto intenso e ricco di forti emozioni”. “In una lettera datata 7 novembre 1500, Agostino Chigi, che fu fra i più grandi mecenati del suo tempo, definiva Perugino “il meglio maestro d’Italia”. La scelta di utilizzare questa espressione - ricordano i curatori Marco Pierini e Veruska Picchiarelli - come titolo della mostra con cui la Galleria Nazionale dell’Umbria celebra il quinto centenario dalla morte del pittore dichiara esplicitamente l’intenzione di raccontarne la grandezza attraverso gli occhi di chi poté ammirare il suo lavoro da una prospettiva privilegiata, senza che lo sguardo risultasse fuorviato dalla produzione di una tarda attività particolarmente prolifica (talvolta persino seriale) e senza soprattutto i condizionamenti dovuti a una fortuna critica a dir poco altalenante. L’iniziativa completa idealmente il progetto di analisi storica e critica dell’itinerario creativo di Perugino, iniziato nel 2004 proprio nel museo umbro, che conserva il più considerevole numero di opere del maestro, con una rassegna che indagava prevalentemente i suoi ultimi vent’anni di produzione. Il progetto espositivo, composto da oltre settanta opere, ha scelto d’individuare solo dipinti del Vannucci antecedenti al 1504, anno nel quale egli lavorava a tre commissioni che segnano il punto più alto della sua carriera: la Crocifissione della Cappella Chigi in Sant’Agostino a Siena, la Lotta fra Amore e Castità già a Mantova, ora al Louvre di Parigi, e soprattutto lo Sposalizio della Vergine per la cappella del Santo Anello del Duomo di Perugia, oggi nel Musée des Beaux-Arts di Caen (Francia). La mostra darà conto, nella maniera più completa possibile, dei passaggi fondamentali del suo percorso: dalle prime collaborazioni nella bottega di Andrea del Verrocchio alle capitali imprese fiorentine che fecero la sua fortuna (come ad esempio le tre tavole già in San Giusto alle Mura, oggi nelle Gallerie degli Uffizi, o la Pala di San Domenico a Fiesole); dagli straordinari ritratti alle monumentali pale d’altare, quali il Trittico Galitzin, ora alla National Gallery di Washington, e il Polittico della Certosa di Pavia, per gran parte alla National Gallery di Londra ed eccezionalmente ricomposto per l’occasione. L’esposizione rifletterà sul ruolo che il Vannucci ha effettivamente svolto nel panorama artistico contemporaneo nel rapporto che lo ha legato ai protagonisti di quell’epoca, seguendo geograficamente gli spostamenti del pittore o delle sue opere attraverso l’Italia. È sorprendente, infatti, come Perugino abbia lasciato tracce profonde del suo magistero in tutte le località della penisola toccate dalla sua attività, da nord a sud, a iniziare ovviamente dall’Umbria e dalla Toscana, teatri per eccellenza del suo lavoro, nonché sedi delle sue botteghe di Perugia e Firenze.La fondamentale impresa decorativa della Cappella Sistina, ad esempio, è alla base di un filone umbro-laziale del “peruginismo”, che trova interpreti sublimi in personaggi quali Antoniazzo Romano, o Antonio da Viterbo detto il Pastura. L’impressione suscitata dagli affreschi con Storie del Cristo e Storie di Mosè in artefici di estrazione geografica e culturale profondamente distante, che si approcciano a essi in viaggi di aggiornamento e li assimilano come fondamentali testi di studio, genera fenomeni singolarissimi, come quello testimoniato dalla pittura Macrino d’Alba, divulgatore della maniera peruginesca nel natìo Piemonte. Così come, nella stessa regione, lo studio di prove capitali di Perugino viste tra Firenze e Pavia si riflette con esiti sorprendenti nella produzione di Gaudenzio Ferrari.La presenza di opere del maestro umbro nelle Romagne e in Emilia, da Fano, a Senigallia, a Bologna è alla base della pittura di Francesco Francia, di Lorenzo Costa e del Rimpatta.Un filone lombardo-veneto della vague peruginesca, testimoniato in particolare dalle opere di Tommaso Aleni e Francesco Verla, è legato alla Madonna col Bambino tra i Santi Agostino e Giovanni evangelista nella chiesa di Sant’Agostino a Cremona.La grande Assunzione del Duomo di San Gennaro dà infine ulteriore forza propulsiva alla diffusione del lessico di Pietro non solo nel Napoletano, con l’attività di Stefano Sparano o Cristoforo Faffeo, ma anche in altre aree del sud Italia. Il catalogo conterrà i contributi dei maggiori specialisti del pittore e ripercorrerà le tappe della carriera di Pietro, dalla formazione al ritorno in Umbria all’inizio del Cinquecento, con testi introduttivi volti a descrivere meglio il “tempo” del maestro, approfondendone la storia, il pensiero e gli spazi. Ampio margine sarà riservato ai direttori e ai curatori delle collezioni di appartenenza delle opere in prestito, ad accentuare il carattere corale di un’impresa che nasce prima di tutto da una collaborazione effettiva tra istituti, tra i quali le Gallerie degli Uffizi, la National Gallery di Washington, la National Gallery di Londra, il Louvre di Parigi e la Gemäldegalerie di Berlino.Si è proposto infatti ai musei ai quali è stato chiesto un più consistente sforzo, in termini di numero e qualità delle opere concesse, di divenire veri e propri partner di questo progetto, attraverso iniziative in reciprocità e consulenza scientifica.L’obiettivo finale è quello di recuperare lo sguardo dei contemporanei, e di tornare a vedere in Pietro Perugino un protagonista assoluto del Rinascimento, quale fu per almeno due decenni.

Reaching for the Stars. Da Maurizio Cattelan a Lynette Yiadom-Boakye

3 settimane 2 giorni hence
Dal 4 marzo 2023 Fondazione Palazzo Strozzi presenta Reaching for the Stars. Da Maurizio Cattelan a Lynette Yiadom-Boakye, mostra che propone una selezione di opere dei più importanti artisti contemporanei internazionali, tra cui Maurizio Cattelan, Sarah Lucas, Damien Hirst, Lara Favaretto, Cindy Sherman, William Kentridge, Berlinde De Bruyckere, Josh Kline, Lynette Yiadom-Boakye, Rudolf Stingel celebrando a Firenze i trent’anni della Collezione Sandretto Re Rebaudengo, una delle più famose e prestigiose collezioni italiane d’arte contemporanea.Promossa e organizzata da Fondazione Palazzo Strozzi e Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Reaching for the Stars esplora le principali ricerche artistiche degli ultimi quattro decenni attraverso una costellazione di opere che verranno esposte in tutti gli spazi di Palazzo Strozzi, dal Piano Nobile alla Strozzina, con una speciale nuova installazione per il cortile rinascimentale. Tra pittura, scultura, installazione, fotografia, video e performance, il progetto esalta il dialogo tra Palazzo Strozzi e l’arte contemporanea proponendo ai visitatori un percorso alla scoperta delle grandi stelle dell’arte globale degli ultimi anni insieme a uno sguardo alle più giovani generazioni.

ODESSA STEPS. La Scalinata Potëmkin fra cinema e architettura

3 settimane 1 giorno hence
Il Museo MAN di Nuoro ospita, dal prossimo 3 marzo, una mostra inedita e importante dedicata alla storia e al mito della scalinata di Odessa, rinominata dalla cultura popolare la “Scalinata Potëmkin” in seguito alla fortuna del celeberrimo film di Sergej Michajlovič Ėjzenštejn, La corazzata Potëmkin del 1925.Il progetto originario della scala, monumentale cerniera di congiunzione fra il mare e la città, fu siglato, negli anni trenta dell'Ottocento, dall'architetto Francesco Carlo Boffo (1796-1867) la cui biografia è rimasta per decenni avvolta nel mistero, in bilico fra una tradizione orale che lo legava alla Sardegna e nuovi tasselli documentari che la mostra oggi rivela lungo il percorso, grazie a recenti scoperte d'archivio. Quella di Francesco Carlo Boffo è una figura di grande interesse, sia per la sperimentazione architettonica di temi legati allo spazio urbano, sia per il suo ruolo di interprete della cultura architettonica italiana, già vivissima fra Russia e Ucraina sin dalla ricostruzione del Cremlino di Mosca nel Rinascimento, e che ha conferito alla multiculturale Odessa quell'inconfondibile volto classico tradito altresì dalla scelta di un nome greco per la città. Boffo si presenta, dunque, come l'autore principale di molti spazi pubblici, di architetture rappresentative e della stessa scalinata simbolo del luogo, che congiunge la spianata del porto alla Piazza de Richelieu, lungo un asse ideale che la mostra restituirà attraverso l'esposizione di disegni forniti eccezionalmente dall'Archivio di Odessa, planimetrie originali in prestito da prestigiosi istituti italiani, fra cui la Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze e l'Archivio Storico di Torino, oltre alla ricostruzione dei disegni e di un modello in scala realizzati grazie alla collaborazione con il Polo Territoriale Universitario di Agrigento dell’Università degli Studi di Palermo. Il MAN approfondirà per la prima volta l’opera dell’architetto, sottolineando l’apporto offerto nella costruzione dell’identità architettonica e urbana di Odessa, insieme all'affascinante vicenda umana e artistica sospesa fra la leggenda dei suoi natali sull'Isola e le reali origini ticinesi, terreno fecondo per molti architetti cresciuti poi in Italia e nei suoi centri di cultura accademica, fortemente legati alla disciplina del progetto. Ma la storia di Boffo e della “sua” scalinata non poteva non intrecciare quella di una pellicola che ha reso universalmente noto questo panorama agli occhi del pubblico del Novecento, trasformando un capolavoro dell'architettura dell'Ottocento in un'icona del grande schermo,complice il montaggio serrato, violento e drammatico della famosa sequenza di Ėjzenštejn, scolpita nell'immaginario comune. Nel testo a catalogo del critico cinematografico Roberto Nepoti si legge: «È un segno indiscutibile di iconicità il fatto che la sequenza sia in assoluto la più citata di tutta la storia del cinema, sia in forma di omaggio sia in forma di parodia, da parte di innumerevoli emuli del maestro russo. Tanto che, alla fine degli anni Novanta, il noto critico Roger Ebert scrisse: “… il famoso massacro sulla scalinata di Odessa è così citato, che è probabile che molti spettatori abbiano visto la parodia prima dell’originale”». Ad arricchire la mostra tocca a due dipinti romantici di notevole valore e qualità, una marina in tempesta di Ivan Konstantinovič Ajvazovskij del 1897, concessa dal Museo Nazionale di Varsavia, e un grande porto di Odessa di Rufim Gavrilovitš Sudkovski del 1885, in arrivo dal Kunstimuseum di Tallin, in Estonia. Curiosa la presenza di alcuni rari ex voto con scene di brigantini sardi nella baia di Odessa, prima e durante la guerra di Crimea.Architettura e cinema si alternano lungo tutto il percorso, ora affondando nell'analisi costruttiva della scalinata, ora passando in rassegna i fotogrammi di un film che ha fatto scuola e che esalta, nelle sue stesse riprese, i dettagli formali della scenografica rampa. Panorami d'epoca e nuove vedute duettano con le soluzioni geniali della regia di Ėjzenštejn al centro della video installazione che ne racconta la genesi. In collaborazione con Polo Territoriale Universitario di Agrigento_Università degli Studi di PalermoNational University Lviv PolytechnicArchivio di Stato di TorinoArchivio dello Stato della Regione di Odessa

Gianluca Migliorino. Fashion Victim

2 settimane 3 giorni hence
Lo Spazio Antologico degli East End Studios in Via Mecenate 84/100 ospiterà la mostra d'arte FASHION VICTIM dell'artista Gianluca Migliorino. La mostra si inserisce all'interno dello spazio che ospiterà le sfilate di YES BRAND MILANO, organizzatore che porta in passerella brand emergenti ed affermati e che presenta il concept BACK TO THE EDEN GARDEN, che vuole sensibilizzare il mondo della moda sul tema della tutela dell'ambiente, del quale Gianluca Migliorino è autore e coordinatore delle scenografie.La mostra FASHION VICTIM pone lo spettatore di fronte ad una riflessione sull'estetica personale e di come l'industria della moda influisce sulla propria vita e sull'ambiente.Oltre alla presentazione dei primi pezzi della Art Collection FASHION VICTIM, l'artista e Direttore Creativo dell'omonima azienda attiva nella produzione di arredi e rivestimenti di design presenterà al pubblico, con una suggestiva immersione nella realtà virtuale, la sua Scultura monumentale ADAMO 2030, opera emblematica che porta il pubblico ad una cruda e concreta riflessione sul tema della sostenibilità ambientale. L'opera, che unisce il "virtuale al reale” sarà oggetto di Crowdfunding per la realizzazione e verrà donata dall'artista alla sua città al termine di alcune mostre itineranti i cui ricavi saranno devoluti in beneficenza ad un'associazione per la tutela dell'ambiente. Chiunque potrà contribuire alla sua realizzazione, con qualsiasi somma ed in cambio di vari riconoscimenti assegnati in base al contributo. L'artista infatti vuole sottolineare quanto l'unione tra gli uomini debba essere forte in merito al tema toccato dalla scultura e come questa unione possa permettere di realizzare qualsiasi obiettivo. Si vuol cercare di raggiungere il più vasto pubblico, così da creare un numeroso gruppo di persone concretamente e metaforicamente eretto a custode dell’opera stessa.Tutti sono invitati a partecipare per scoprire l'arte unica e complessa di Gianluca Migliorino e riflettere sui temi importanti trattati nella sua opera.

TIEPOLO A VEROLANUOVA

2 settimane 2 giorni hence
Dal 25 febbraio al 4 giugno 2023, la Basilica di San Lorenzo a Verolanuova (BS), comune situato a pochi chilometri a sud di Brescia, ospita un evento espositivo, curato da Davide Dotti, che presenta i due dipinti di più ampio formato mai realizzati da Giambattista Tiepolo, freschi di restauro.L’iniziativa, organizzata dal Comune di Verolanuova, consente ai visitatori di ammirare i due capolavori a pochi centimetri di distanza, seguendo un percorso che li porta a otto metri di altezza, grazie a una struttura costruita appositamente per l’occasione. Le due monumentali tele, alte dieci metri per cinque di larghezza, conservate sulle pareti laterali della cappella del Santissimo Sacramento, sono state dipinte a olio intorno alla metà degli anni quaranta del Settecento su commissione della nobile famiglia Gambara, e sono caratterizzate da una straordinaria qualità pittorica e fervida creatività compositiva.I soggetti delle opere - Il sacrificio di Melchisedec e La raccolta della manna - richiamano il tema eucaristico per la presenza del pane e del vino - offerti da Melchisedec, re e sacerdote di Salem, antico nome di Gerusalemme, ad Abramo - e dalla manna, il “cibo degli angeli”, disceso per volere di Dio sul deserto per la salvezza degli israeliti dopo l'uscita e la liberazione dalla schiavitù in Egitto.Gli interventi di restauro sono stati coordinati a livello scientifico e organizzativo da Davide Dotti, realizzati dagli studi di restauro Monica Abeni-Paola Guerra di Brescia e Antonio Zaccaria di Bergamo sotto la direzione della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Bergamo e Brescia, sono promossi dalla Fondazione della Comunità Bresciana. 

PIERRE-AUGUSTE RENOIR. L’alba di un nuovo classicismo

2 settimane 2 giorni hence
È una mostra davvero originale quella dedicata a “Pierre-Auguste Renoir: l’alba di un nuovo classicismo”, curata da Paolo Bolpagni, che la Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo annuncia in Palazzo Roverella dal 25 febbraio al 25 giugno del ’23. Di Renoir, uno dei massimi esponenti dell’Impressionismo, è messo a fuoco il momento successivo alla breve esperienza impressionista, quando l’artista, spinto da una profonda inquietudine creativa, decide di intraprendere, nel 1881, un viaggio in Italia. Un tour che ebbe inizio a Venezia, dove a colpirlo furono soprattutto Carpaccio e Tiepolo (mentre già conosceva bene Tiziano e Veronese, ammirati e studiati al Louvre); che proseguì per brevi tappe a Padova e a Firenze; e che trovò una meta fondamentale a Roma. Qui Renoir fu travolto dalla forza della luce mediterranea e sviluppò un’ammirazione per i maestri rinascimentali. Un’ulteriore tappa del viaggio fu il golfo di Napoli: Renoir scoprì le pitture pompeiane, fu rapito dalla bellezza dell’isola di Capri e quasi soggiogato dai capolavori antichi esposti nel museo archeologico. Infine andò a Palermo, dove incontrò Richard Wagner e lo ritrasse in un’opera divenuta famosa (ma non si può dire che fra i due scoccò la scintilla: anzi, il compositore gli concedette soltanto quarantacinque minuti di posa).Il viaggio in Italia, più che suscitare opere di particolare rilievo, fu foriero di una sorta di rivoluzione creativa per l’artista, riverberandosi sul prosieguo della sua produzione, che culminerà, di fatto, nell’abbandono della tecnica e della poetica impressioniste, che avvenne prima dell’ufficiale scioglimento del sodalizio nel 1886.Dalla joie de vivre delle scene di divertimento della borghesia parigina degli anni Settanta, Renoir passò quindi a uno stile aigre, aspro. Riprendendo anche la lezione di Jean-Auguste-Dominique Ingres, il pittore, allora poco più che quarantenne, recuperò un tratto nitido e un’attenzione alle volumetrie e alla monumentalità delle figure, nel segno di una sintesi che enucleò una personale forma di classicismo, mentre le tendenze dominanti viravano verso il Postimpressionismo da una parte e il Simbolismo dall’altra. Nei primi due decenni del Novecento Renoir passò poi a dar vita a un’arte che costituì, mentre si scatenavano le avanguardie, una precoce avvisaglia della nuova sensibilità che sarebbe divenuta dominante dopo il conflitto mondiale, dipingendo in un possente stile neo-rinascimentale, dove i toni caldi e scintillanti mutuati da Tiziano e da Rubens si coniugavano con i riferimenti a un’iconografia mitica e classicheggiante e con un’esaltazione della poetica degli affetti familiari. Renoir anticipava in tal modo vari aspetti del rappel à l’ordre: un lato meritevole di messa a fuoco, giacché quella che superficialmente è apparsa a non pochi come un’involuzione era, in realtà, una premonizione di molta della pittura e della scultura che si sarebbero sviluppate tra le due guerre.La mostra si concentrerà soprattutto su questa seconda fase della carriera di Renoir, a partire dal ritorno dal viaggio in Italia sino alle opere della vecchiaia, dapprima evidenziando vicinanze e tangenze con Giuseppe De Nittis, Federico Zandomeneghi, Giovanni Boldini e Medardo Rosso, italiani attivi a Parigi, e poi ponendo in risalto l’originalità di una produzione che non fu affatto attardata, ma che costituì uno dei primi casi quella “moderna classicità” che sarebbe stata perseguita da numerosi artisti degli anni Venti e Trenta, in maniera speciale in Italia, come sarà evidenziato dai confronti che saranno istituiti nelle sale di Palazzo Roverella. Per esempio con le sculture di Marino Marini e Antonietta Raphaël (affiancate alla Venus Victrix di Renoir del 1916), e con i dipinti di Armando Spadini, Carlo Carrà, Giorgio de Chirico, Arturo Tosi, Filippo de Pisis, Luigi Bartolini, Enrico Paulucci.Sarà dunque posta al centro dell’indagine la produzione di Pierre-Auguste Renoir a partire dagli anni Ottanta del XIX secolo, che segnò l’inizio di un progressivo allontanamento dall’esperienza impressionista. La mostra seguirà poi l’evoluzione della sua pittura nei successivi sviluppi, dalla monumentalità classicheggiante e “neorinascimentale” delle figure ai paesaggi della Provenza e della Costa Azzurra, indagando sia i rapporti con altri artisti, sia le “assonanze” con chi, nel periodo del “ritorno all’ordine”, ne mediterà e assimilerà la lezione. In mostra il percorso prenderà avvio da un capolavoro della stagione impressionista di Renoir, il grande studio preparatorio a olio su tela del celeberrimo Moulin de la Galette, per misurarne poi la deviazione via via sempre più netta da quel linguaggio. Non mancherà il fil rouge del racconto biografico delle vicende personali dell’artista, anche sulla falsariga della biografia che il figlio Jean, celebre regista, dedicò al padre all’inizio degli anni Sessanta del Novecento (Pierre-Auguste Renoir, mon père).

Caterina De Nicola. Reek of past pitfalls

2 settimane 1 giorno hence
Reek of past pitfalls è la prima mostra personale a Milano di Caterina De Nicola, che presenta una grande installazione site-specific all’interno dello spazio dell’Istituto Svizzero. Nella sua pratica artistica, Caterina De Nicola lavora attraverso la scrittura, la pittura, la scultura, la musica e la performance. È interessata all’idea di glitch e spesso utilizza oggetti trovati e simboli per mettere in discussione l’essenza stessa della forma, del significato e del gusto estetico. Come produttrice musicale, Caterina De Nicola è per lo più affiliata all’etichetta e al collettivo musicale Czarnagora di Zurigo. La sua produzione musicale è influenzata dai sottogeneri della musica noise. Caterina De Nicola è un’artista nata a Ortona (Italia) nel 1991, che attualmente vive e lavora a Zurigo. Ha studiato all’Accademia di Brera a Milano e ha ottenuto il suo Master presso l’ECAL di Losanna. Una selezione delle sue mostre personali comprende: Infedele, Baleno International (Roma, 2022), We Unleash Storms, Yet We Like The Sun, Last Tango (doppia personale, Zurigo, 2022), Lonely Fans, Chickentown (Zurigo, 2021), Embarrassed and Conciliatory, Il Colorificio (Milano, 2019). Una selezione delle sue mostre collettive comprende: Werkschau 2021 al Museum Haus Konstruktiv per il Werkbeiträge des Kantons Zürich (Zurigo, 2021), Lemaniana al Centre d’Art Contemporain (Ginevra, 2021), FUORI! alla XVII Quadriennale d’arte 2020 (Roma, 2020), Capriccio 2000 alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo (Torino, 2019). È stata seleziona per gli Swiss Art Awards 2022 e per varie residenze, tra cui: La Becque (La Tour-de-Peilz, 2021), Cripta 747 (Torino, 2020), XXII CSAV (Como, 2016).  Opening 23.02.2023 ore 18-20

Bill Viola

2 settimane 1 giorno hence
La mostra vuole rendere omaggio al più grande artista della videoarte dagli anni Settanta a oggi: Bill Viola.L’esposizione attraversa tutta la sua produzione, dai lavori che approfondiscono il rapporto tra uomo e natura, a quelli ispirati dall’iconologia classica. Emozioni, meditazioni e passioni emergono dai video di Viola portando lo spettatore a un  viaggio interiore di estrema intensità, che narra quelli che possono essere definiti i viaggi più intimi e spirituali dell’artista attraverso il mezzo elettronico.
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